Giubileo nel giubileo

Proprio così,  perché mentre in tutta la chiesa celebriamo il giubileo della misericordia io vivo anche il mio “golden jubilee”,  giubileo d’oro, come lo chiamano gli inglesi. Ho quindi un motivo in più per celebrare l’amore misericordioso di Dio che mi ha chiamata a seguirlo e mi ha sostenuta lungo tutti questi 50 anni di vita missionaria. La fedeltà alla chiamata è dono suo, è pura grazia, è manifestazione della sua misericordia che non tiene conto della nostra pochezza o dei nostri limiti, ma chiede solo un cuore aperto per a accoglierla e la disponibilità a donarla.

“Celebrate il Signore perché è buono, eterna è la sua misericordia”, recita il salmo 135, il grande inno pasquale, che esprime pienamente i sentimenti del mio cuore. Alle grandi opere compiute da Dio per il Popolo Eletto, posso sostituire tutto ciò che Egli ha fatto per me durante questi 50 anni e cantare tutta la mia gratitudine. Egli mi ha chiamato fin dalla mia giovinezza…..mi ha inviata come sua missionaria…..mi ha sostenuta nelle prove….. mi ha consolato nel dolore….perché eterna è la sua misericordia. Il mio salmo può continuare a lungo per lodare, ringraziare e benedire.

Veramente il Signore compie meraviglie nonostante le nostre miserie, i nostri limiti, le nostre debolezze, i nostri peccati. Quanto è consolante sentirsi perdonati, amati, avvolti nella sua misericordia senza limiti. A me piace considerare la mia lunga vita come una splendida giornata benedetta da Dio e resa piena dalla sua presenza amorosa.

La vita missionaria in Tanzania, iniziata a 24 anni, come un’alba radiosa, carica di aspettative, di sogni e di speranze.  Poi venticinque anni trascorsi a Roma, principalmente per un  servizio fraterno, come il meriggio che riscalda e fa maturare. Ora, in età avanzata, vedo la mia vita qui in Malawi come un meraviglioso tramonto carico di fuoco, come quelli che spesso contemplo tornando a casa la sera, il fuoco del suo amore per me, per i bambini di cui mi prendo cura, per i carcerati, per i poveri, per tutti coloro che incontro sul mio cammino.  Che questo fuoco possa bruciare fino all’ultima ora della mia vita!

Con S. Paolo posso ripetere “A Colui che ha il potere di fare molto più di quanto possiamo domandare o pensare, a Lui la gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù per tutte le generazioni nei secoli dei secoli. Amen” (Ef. 3, 20-21)

Trasferire i carcerati

Sono tornata da poco dalla visita al carcere di Chikwawa, una delle undici prigioni che visitiamo ogni mese, e mi viene spontaneo dare uno sguardo alla giornata e considero che nella maggior parte dei nostri viaggi si realizza un’opera di misericordia molto insolita, forse unica nel suo genere, ed è quella di traportare i carcerati. Proprio così! Anche stamattina sono riuscita a far entrare nel furgone della mia macchina 10 carcerati più due guardie che li accompagnavano e un mio collaboratore. Davanti c’ero io al volante e due nostri ospiti dall’Italia alquanto sorpresi per tale trasferta. La sorpresa ha poi raggiunto l’apice quando ad aprirci il cancello della prigione è venuto un carcerato!

Il sistema carcerario del Malawi non ha i fondi necessari né i mezzi di trasporto per fare spostamenti frequenti di pochi detenuti e allora viene in aiuto la mia macchina in occasione delle mie visite mensili. Non importa se viaggiano tutti pigiati come in una scatola di sardine, sono ugualmente felici di avvicinarsi a casa. Oggi abbiamo scaricato 10 detenuti nel carcere di Chikwawa e ne abbiamo riportato indietro cinque di cui quattro per prepararsi agli esami di stato che si tengono a Chichiri e uno per una condanna a lunga detenzione. Cosa che si ripete sovente perché nelle carceri più piccole non c’è sufficiente sicurezza.

Nel carcere di Chichiri, che attualmente ospita oltre 1900 detenuti,  c’è sempre chi chiede quando vado a visitare le altre carceri e si mette in lista di trasferimento presso l’ufficiale incaricato del welfare dei detenuti all’interno del carcere. La maggior parte chiede di avvicinarsi a casa andando nella prigione più vicina in modo che i parenti li possano visitare e portare qualcosa di diverso da mangiare. Altri, che sono venuti nel carcere  della città a motivo del processo, per sostener gli esami di scuola o per malattia, chiedono di ritornare da dove sono venuti. Altri li trasportiamo perché sono malati e nel carcere di Chichiri abbiamo una infermeria dove possono avere tutte le cure che altrove mancano. In tali casi io stessa chiedo con insistenza che mi concedano di portare i malati dove li possiamo assistere con amore e competenza.

Nelle carceri del Malawi non è previsto niente di particolare per chi è malato, eccetto le medicine. Ma un malato ha bisogno di cibo diverso adatto alla sua salute, di un letto dove riposare bene, di un ambiente igienico ecc. e tutto questo lo possono avere nella infermeria che ho potuto far costruire nel carcere di Chichiri con l’8 x1000 alla Chiesa Cattolica Italiana.

Durante la nostra visita abbiamo donato a tutti i 430 detenuti un pezzo di sapone per lavare e lavarsi. E’ poca cosa ma per loro molto preziosa perché di rado ricevono il sapone.  Abbiamo dato dei vestiti ad alcuni detenuti che stanno per uscire e non hanno niente di decente da mettersi addosso per tornare tra la gente. Abbiamo distribuito pesce secco e zucchero per i malati di TBC e sieropositivi perché in prigione hanno un pasto al giorno: polenta e legumi bolliti.

Ai detenuti che insegnano volontariamente nella scuola primaria e secondaria abbiamo rivolto parole di incoraggiamento e di plauso per il loro prezioso servizio. Ai cattolici abbiamo offerto qualcosa  in più in quanto membri della nostra famiglia. A tutti abbiamo donato  un sorriso e una parola di conforto assicurandoli che Dio li ama e non si dimentica di loro. Solo desidera e chiede la nostra conversione.

Oggi avevamo pure un regalo per la falegnameria del carcere. Da tempo ci avevano chiesto attrezzi per far funzionare la falegnameria. Abbiamo quindi portato pialle, martelli, seghe, squadre e altro grazie ad un contributo ricevuto dalla Caritas Italiana per aiutare carcerati ed ex-carcerati a lavorare secondo i loro talenti e preparazione.

Sono stanca, questa sera, ma in cuore ho la gioia di aver incontrato Gesù che ci ha detto “…ero in carcere e siete venuti a visitarmi…” Non ha specificato se era colpevole o innocente, soltanto che era dietro le sbarre e noi non lo abbiamo giudicato, non lo abbiamo emarginato, non lo abbiamo disprezzato, ma siamo andati per donare aiuto, conforto e speranza.

Il cuore è pure ricolmo di riconoscenza verso tutti coloro che con sacrificio e generosità ci aiutano materialmente e ci sostengono spiritualmente con la loro preghiera. Insieme a loro offriamo il dono della misericordia di Dio a tanti fratelli che soffrono nel corpo e nello spirito.

Ero in carcere

“Ero in carcere…”

Stasera, tornando a casa dopo una pesante giornata di visita a tre carceri, ho guardato il conta chilometri della mia Toyota e ho visto che ha già percorso 700 chilometri in meno di due mesi!  Ho percorso tanta strada per incontrare e servire Gesù presente nei più poveri dei poveri perché privi di libertà e sovente anche di dignità.

Sulla macchina, che stamattina era sovraccarica, sono rimaste solo delle buste e borse vuote, infatti si era andata via via alleggerendo durante la giornata. La prima tappa il carcere di massima sicurezza di Zomba dove ci attendevano più di 400 detenuti sieropositivi o affetti da  tubercolosi. Per loro avevamo pesce secco, uova e zucchero e un pomodoro tanto apprezzato. I carcerati hanno accesso ai farmaci antiretrovirali e vengono controllati regolarmente, ma ciò di cui hanno estremo bisogno è cibo proteico da unire alle medicine. Questo le prigioni non lo passano e tanti sarebbero morti senza il nostro aiuto alimentare. Il cibo è uguale per tutti, sani e malati anche molto  gravi: polenta con legumi bolliti una volta al giorno per tutti i giorni dell’anno per chi non ha nessuno che lo vada a trovare e gli porti qualcosa di diverso.

Alla lista dei malati abbiamo aggiunto una quarantina di detenuti in condizioni veramente miserabili sia da un punto di vista fisico che mentale, situazioni difficili da immaginare. Quasi non credevano ai loro occhi quando hanno visto lo zucchero, il sapone il pesce ecc. Le loro mani tremavano di bramosia, sembravano bambini. Per loro avevamo anche un pezzo di sapone medicato diviso a metà perché non ne avevo a sufficienza. Uno di loro con tanto sussiego ha chiesto di cambiarglielo perché il coltello era andato per sbieco quindi gli aveva rubato un pochino di sapone. Ma casi miserabili come quelli aiutati ce ne sono molti nel carcere di Zomba. Gente che ha perso la testa o che da anni non vede un familiare. Sogni di poter dare qualcosa a ciascuno per veder rifiorire delle sembianze umane sui loro volti, ma le mie finanze non me lo permettono. Gesù deve ancora attendere.

Che consolazione invece quando ho detto ad uno di questi detenuti che stava bene e non capivo perché era insieme agli altri. Uno di quelli che mi aiutava mi ha allora ricordato che era uno dei detenuti più bisognosi aiutati nel mese di luglio. Incredibile il cambio fisico che aveva fatto con il poco aiuto ricevuto da noi! Belli i miracoli della carità!!!

A Zomba ci sono 30 condannati a morte che ci attendono ogni mese. Siamo le uniche persone che li possono visitare e confortare. Preghiamo con loro e infondiamo speranza mentre porgiamo il dono di un pezzo di sapone, qualche pesce secco e dello zucchero. A volte il dentifricio con lo spazzolino e la crema per la pelle. Dipende dagli aiuti che ricevo. Avevo chiesto al direttore Generale delle carceri il permesso di registrare i loro canti per mandarli in onda su Radio Maria Malawi ma non ha accettato solo perchè sono condannati a morte….. e forse non dovrebbero esistere fin da ora. Grazie a Dio da oltre 15 anni non ci sono esecuzioni in Malawi pertanto si spera che la pena di morte venga tolta dalla legislazione. Intanto c’è stata la revisione di alcuni processi e due condannati a morte sono usciti per aver finito di scontare la pena.

Una trentina di donne con 3 bambini ci attendevano nel loro reparto. Stanno meglio di tutti gli altri detenuti, ma  sono felici quando le vado a visitare e possiamo pregare e cantare insieme anche se per poco. Sette di loro sono state condannate a vita, alcune parecchi anni fa, ma non c’è ancora stata revisione del processo. Stiamo cercando di ricuperare i loro fascicoli alla High Court per fare appello in cassazione per riuscire ad avere la sentenza mutata in un certo numero di anni di reclusione. Qui carcere a vita significa che si muore in prigione.

Oggi abbiamo lasciato nel carcere di Zomba tanto materiale didattico: quaderni, penne, matite, gesso, risme di carta, righelli ecc. perché da lunedì 8 settembre le scuole hanno riaperto i battenti. E’ il terzo anno che la Fondazione tedesca Johannes Beese ci manda un notevole contributo per fornire le scuole all’interno delle carceri che noi visitiamo. Per me è una grande soddisfazione perché la scuola è uno dei mezzi più efficaci per il ricupero dei detenuti, la chiamo l’autostrada per da percorrere per chi vuole raggiungere un nuovo futuro. Anche nel carcere minorile di Mikuyu abbiamo lasciato il materiale e con gioia abbiamo visto i ragazzi durante le lezioni fatte dai loro coetanei, con qualche conoscenza in più, rispettati e riveriti come se fossero grandi professori.

Nella zona di Mikuyu a circa 15 km. da Zomba, ci sono due carceri: uno giovanile e l’altro per adulti. Ci fermiamo prima dai ragazzi lasciando  per tutti sapone e zucchero mentre per i sieropositivi ci sono alimenti proteici che mancano nella povera dieta carceraria. Mi colpisce sempre l’urlo dei ragazzi detenuti, seduti nel cortile interno, quando mi vedono entrare. E’ venuta nostra madre! E’ vero! Molti di loro non hanno visto la mamma da quando sono entrati in carcere e ogni mese accolgono me come tale.

Nel pomeriggio inoltrato visitiamo Mikuyu 1, carcere con oltre 200 detenuti adulti che lavorano la terra come trattori umani. Mentre salivamo la collina guardavamo le distese di terreno coltivato la Solo dalle linee dei solchi si poteva dedurre che erano stati fatti a mano, con la zappa dal manico corto che usano qui. Qui si dice “carcere di lavoro duro” e a Mikuyu 1 lo è veramente nella coltivazione di tanta campagna.

Arrivata a casa, mentre tolgo dalla macchina le mie cose personali rivedo alcuni dei volti incontrati nella corsia  N° 11 dell’ospedale generale di Zomba, costruita proprio per i carcerati. Ogni mese la visitiamo e la chiamo l’anticamera dell’inferno. Oggi la situazione era discreta e non c’era nessuno in fin di vita. Solo alcuni detenuti molto anemici ai quali abbiamo potuto dare un supplemento di latte in polvere. Se fossimo più vicini si potrebbero visitare ogni settimana, ma il diesel costa molto, la macchina consuma e 80 chilometri sono tanti perciò non possiamo permetterceli più di una volta al mese.

Chiudo la macchina e la guardo con amore e riconoscenza grande verso chi me l’ha donata. E’ la mia inseparabile compagna, che mi permette di percorrere centinaia di chilometri ogni mese per visitare 11 prigioni. E’ la testimone di tante gioie e non poche delusioni, di giorni segnati da grande speranza e da scoraggiamenti altrettanto forti, sfoghi di rabbia e di dolore nel vedere calpestati i più elementari diritti umani. Come il giudice per i minori che non fa una piega quando gli dico che un ragazzo è ancora nel carcere minorile di Bvumbwe dopo che il suo tempo era scaduto da un anno intero, neanche fosse stato in vacanza!

A volte mi interrogo sul senso e sulla validità del mio apostolato nelle carceri, mi chiedo se valga la pena proseguire, ecc. ecc. E’ allora che l’esempio e le parole di Papa Francesco mi danno nuova forza, coraggio e speranza per continuare a visitare Geù che ci ha detto “Ero in carcere e siete venuti a visitarmi” Mt. 25

 

Anna Tommasi

Missionaria FALMI in Malawi

Luchenza

da “OPAM- Opera di promozione dell’alfabetizzazione nel mondo”

articolo di Letizia Custureri

Ciclicamente si parla del problema delle carceri, della delicata situazione in cui

vivono uomini e donne, di quanto si possa fare e di quanto sia giusto vedere la

pena, non solo come espiazione di una colpa, ma come recupero di un individuo che ha sbagliato, offrendogli una possibilità di futuro anche attraverso l’impegno del lavoro e dello studio. Di tutto questo si parla in Italia, Paese dove almeno i diritti fondamentali sono considerati irrinunciabili.

Cerchiamo ora di immaginare la situazione carceraria di un Paese lontano come il Malawi. Ci aiuta in questa difficile impresa una donna italiana, Anna Tommasi, che ha dedicato tutta la vita al servizio del prossimo. Anna è una missionaria F.A.L.M.I. (Francescane Ausiliare Laiche Missionarie dell’Immacolata) e lavora in Malawi dal 2002. Dal 2003 opera anche nell’ambito delle carceri. Venne anni fa nei nostri uffici per chiedere un contributo per la costruzione di due scuole materne rurali per 90 bambini (Prog. 1746/2009) e così facemmo la sua conoscenza.

Il Malawi è tra i Paesi più poveri dell’Africa anche se non travagliato dalle

guerre. Poveri e persone in grave difficoltà: malati di AIDS, emarginati,

soprattutto ragazzi orfani e che non hanno mai frequentato la scuola. A volte

compiono piccoli furti e risse: reati che giustamente vengono sanzionati ma che aprono le porte alla prigione, l’ “Università del Crimine”.

La prima esperienza di volontariato nelle carceri Anna Tommasi l’ha fatta nella

prigione di Chichiri, dove circa 2.000 detenuti vivono in condizioni disumane: la

notte, mancando lo spazio per potersi stendere, dormono seduti a terra uno

accanto all’altro. La maggior parte dei detenuti trascorre le giornate, i mesi,

spesso gli anni in ozio assoluto, non essendovi la possibilità, per tutti, di

impegnarsi in qualche attività. Fino a qualche anno fa, i “detenuti ragazzi”

vivevanoin una sezione dello stesso carcere degli adulti, venendo da questi

sfruttati intutti i modi.

Ora l’Amministrazione ha creato un centro di riabilitazione per i ragazzi,

riunendo tutti quelli del Sud Malawi che si macchiano di un reato, nel carcere

di Bvumbwe, vicino a Blantyre.

Da “Prison” il luogo dove vengono detenuti i ragazzi diventa

“Rehabilitation Centre”, ma purtroppo la sostanza non cambia e non viene

offerto nulla per il loro ricupero se non il lavoro dei campi.

Anna è riuscita con la sua tenacia ad ottenere di avviare dei veri corsi scolastici

in carcere. Abbiamo continuato a collaborare con lei contribuendo al

finanziamento degli stipendi a quattro insegnanti, dando così la possibilità a molti ragazzi di frequentare una “scuola” nel carcere minorile di Bvumbwe (Prog.1785/2009). Era un piccolo passo, un primo seme per la realizzazione di un “grande progetto”. Anna, con le sue sole forze e con l’amore per il prossimo, va avanti, crede in quello che fa, è convinta che la scuola sia uno dei mezzi

privilegiati per formare la persona, per aprire la mente, per arrivare a capire

anche gli errori fatti.

Con il permesso e l’approvazione del “Chief Commissioner for Prisons” avvia un programma scolastico completo. A questo aggiunge corsi di falegnameria e

cucito, lavorazione di lamiere, un coro e lo sport: ottimo mezzo di

trasformazione caratteriale.

Organizza squadre di calcio e di pallavolo, ottenendo il permesso

per i ragazzi detenuti di uscire e di interagire con i loro coetanei, facendo

assaporar loro un po’ di libertà in attesa di quella definitiva. Ma il seme, che non

va perduto, frutta e pian piano ai ragazzi che desiderano studiare si può dare la

possibilità di seguire la scuola dalle elementari alle superiori (Prog.1858/2011).

Uscire dal carcere con il diploma di terza media o scuola superiore può fare la

differenza! Alla fine di settembre di quest’anno Anna Tommasi, di passaggio a

Roma, ci è venuta a trovare. Complimentandoci con lei dei risultati raggiunti in

questi anni, abbiamo valutato assieme la possibilità di aiutare alcuni ragazzi una

volta usciti dal carcere, scelti tra i più portati e motivati agli studi. E’ nata così

l’idea di aprire una nuova adozione di gruppo: “I ragazzi di Luchenza”.

Il gruppo è costituito per ora da 5 ragazzi che hanno finito di “pagare il loro debito” alla società e che, usciti dal carcere, devono ancora terminare la scuola superiore.

Attraverso il lascito di un nostro benefattore siamo riusciti a inserire questi

studenti nel Convitto “Sakata Secondary School” nella città di Luchenza, dove

potranno con tranquillità finire gli studi e prepararsi ad affrontare il futuro.

L’ambiente della scuola è molto semplice ma gli insegnanti sono ben preparati.

All’interno ci sono una biblioteca ed un laboratorio che altre scuole non hanno.

Tutti i ragazzi avranno assicurato, per gli anni necessari al conseguimento del

diploma: retta scolastica, vitto, alloggio, materiale scolastico, divisa ,

abbigliamento di base, spese per i trasporti (per avere la possibilità di

raggiungere la famiglia nei periodi di vacanza), spese per la cura della persona e una piccola paghetta.

Il progetto di adozione di gruppo durerà tre anni. Può sembrare una goccia nel

mare l’aiuto dato a 5 ragazzi, ma noi sappiamo che è molto di più: per loro è

speranza nel futuro, è gratitudine, è fiducia verso il mondo, è ricevere giustizia,

è capire di aver sbagliato ed esser grati di essere considerati ancora persone.  Il bene è contagioso: con buone probabilità questi ragazzi restituiranno ciò che

hanno ricevuto. Anna visita regolarmente otto carceri e quando la vedono

arrivare dicono: “E’ arrivata nostra madre”. Questa è la prova che si può donare

la propria vita per ridare la vita. Anna porta a tutti loro, piccoli e grandi, la

solidarietà e l’amore delle persone che l’aiutano ad aiutare.

A Natale si celebra lanascita di Gesù. Possiamo, insieme, far sì che significhi la

rinascita per tanti ragazzi in carcere.

Grazie per quanto ci permetterete di fare.

 

E’ l’ultimo giorno

Siamo partiti in otto per il Malawi. Tutti eravamo preparati a lavorare con Anna per realizzare le cose di cui aveva bisogno.

Vivendo e lavorando con la gente del posto abbiamo capito che già sanno lavorare, magari non con i nostri ritmi, non con i nostri metodi, ma con le loro capacità, la loro cultura, i loro tempi !!!
Pang’ono, pang’ono (piano, piano). Crediamo che per questa gente sia stato importante vedere noi lavorare con e come loro. Anna ci ha poi fatto vedere l’Africa vera, cioè quella dei villaggi, con gli asili sotto gli alberi, con i bambini malati e denutriti, con le mamme che vorrebbero aiutare i loro figli, ma non hanno i mezzi per comperare da mangiare o le medicine per curarli adeguatamente.
Siamo stati in carcere dove i detenuti vivono in modo disumano, sono spesso senza cibo e se malati vengono curati solo i più gravi, ma si sa che senza mangiare le medicine hanno poco effetto.
Alle tre del pomeriggio li chiudono in stanzoni dove per starci tutti si devono stendere vicinissimi, tanto che non c’è spazio per muoversi e così pure per dormire. Siamo andati diverse volte anche in occasione della liturgia domenicale e ogni volta ci ringraziavano per la nostra presenza, perché vedendoci si sentivano meno soli e dimenticati.
In un mese abbiamo incontrato tantissima gente povera, ma mai triste e sempre con un sorriso per gli altri, vivendo la loro povertà con grande dignità.
Abbiamo visitato anche il campo profughi dove la gente vive in condizioni di grande disagio. Li Anna presta la sua collaborazione in vari ambiti, dando il suo aiuto particolarmente ai profughi bisognosi di cure e di cibo. Numerosi sono i bambini che frequentano l’asilo del campo e che, al nostro arrivo, ci hanno accolto con gioia.
Abbiamo conosciuto la Dott. Germana, la Missionaria che è con Anna, che lavora atempo pieno al “Mlambe Hospital” in condizioni precarie, facendo tutto il possibile per cercare di alleviare la sofferenza dei degenti.
Uno dei progetti realizzato da Anna è la Cooperativa di lavoro che raccoglie ex detenuti e presone che hanno bisogno di lavorare. Insieme a loro abbiamo trascorso parecchio del nostro tempo e prima di partire abbiamo offerto loro il pranzo in un locale di Blantyre, cosa per loro quanto meno inusuale. Sono state ore molto belle per tutti.

Alla sera ci siamo salutati e con nostra sorpresa c’erano molti occhi lucidi, oltre ai nostri s’intende.

E’ terminato così un mese speciale, sperando di aver dato qualcosa a chi abbiamo incontrato, così come loro hanno dato tanto a tutti noi.

Assunta – Fausta – Rita – Mario – Giovanni – Silvano – Giuseppe – Carlo (volontari in Malawi per un mese)

Dentro le contraddizioni

Centro Missionario Diocesi di Carpi: il viaggio in Malawi con Don Ivan

articolo di Magda Gilioli

Prima di partire tutti chiedevano per quale ragione mettersi in movimento per circa trenta ore di viaggio pre raggiungre il Malawi, dove operano e vivono le Missionarie FALMI, Anna Tommasi e Germana Munari. Quali i motivi che hanno spinto persone così diverse – la sottoscritta con il marito Fabrizio Stermieri, don Ivan Martini (parroco di Roverto – deceduto durante il crollo della sua chiesa durante il terremoto in Emilia, ndr), Gino Galiotto, Fiorella Sitta ed il marito Silvio Nicolini – della parrocchia di Mirandola-  ad andare a visitare la loro Missione? La risposta più ovvia: portare medicinali, ausili ospedalieri, computre, divise per le squadre di calcio delle prigioni, incontrare gli ottanta bambini del progetto di adozione a distanza, visitre l’ospdale di Lunzu per dei lavori di riparazione alle attrezzature, inaugurare il pozzo costruito nel seminario di Blantyre, inaugurare la chiesa di S.Cecilai, visitare sei istituti carcerari, la scuola e la cooperativa per il reinserimento lavorativo degli ex detenuti, inaugurare tre asili nuovi. Di motivi ne avevamo a sufficinza ma il secondo giorno della nostra permanenza già era chiaro che qualcosa di molto più grande ci stava guidando e, tupiti – o meglio, storditi – ci siamo lasciati guidare come erba scossa dal soffio del vento. Negli anni sessanta Carpi divenne famosa per la “treccia”con cui si realizzavano cappelli che proteggevano i contadini, i bambini e le donnedalle insolazioni, per eavere robuste sporte per fare la spesa o altri oggetti utili per la vita quotidiana. Chi penserebbe che dei fragili ramoscelli di paglia che, singolarmente , sono delicatissimi, una volta intrecciati sapientemente tra loro dintetano forti, resistenti e così utili?

Un semplice cappello di paglia è il simbolo del nostro viaggio, un intreccio di vite, storie, sogni, ma anche necessità, gioie e dolori che uniti tra di loro hanno creato una trama di solida e forte umanità.

Il Malawi è un piccolo e sretto paese nel cuore dell’Africa, attraversato dall’omonimo lago grande quasi come un mare: è circondato da Tanzania, Mozambico e Zambia, ha come capitale Lilongwe, la moneta è il Kwacha. Ne servono circa 220 per fare un euro: una mensilità media, per chi ha un lavoro, è di circa 50 euro. La benzian costa circa 2 euro al litro, però non ce n’é e le file di macchine in attesa per poter fare rifornimento sono chilometriche e quando finalmente arriva, i benzinai assoldano dei poliziotti armati di mitra per proteggersi da eventuali assalti. Però quando nei distributori regolari non arriva, ci si orienta al mercato nero dove viene, volentieri, “tagliata” con altri liquidi. Nel frattempo, la maggior parte della popolazione cammina a piedi con la testa carica di canne da zucchero, frutta e verdura da vendere nei mercati ai bordi della strada principale che attraversa il paese. Oppure spinge la bicicletta carica all’inverosimile  di carbone o legna sempre da vendere per cercare di arrivare a sera.

Le verdi piantagioni di the rivestono decine e decine di colline creando paesaggi bellissimi, delle chilometriche coltivazioni di canna da zucchero non si vede la fine.

Eppure, nonostante ciò, lo zucchero non si trova nei negozi perché lo Stato, per rientrare dal debito pubblico, lo vende agli altri Paesi.

Un giorno un ladro è entrato in casa nostra, non ha rubato i due compure portatili nuovi sui tavoli ma ha preso il pacchetto dello zucchero, due dolci, un paio di pantaloni ed un paio di scarpe.

La luce elettrica arriva solo nei centri vicino alla strada, nei villaggi fatti di case con il teto di paglia si utilizza la luce delle stelle nell’incantevole cielo afrcano oppure le lampade ad olio ma, anche per avere questo, bisogna fare la fila nei distributori.

L’aeroporto della capitale è più piccolo di quello di Bologna. Anna riesce a caricare noi e gli immensi bagagli su un furgone per portarci nella casa di Lunzu, impegando circa 6 ore di viaggio. Si farebbe molto prima ma le strade sono piene di posti di blocco. Il tutto per dare multe e raccogliere soldi.

Proprio su questa strada c’è il primo segno di benvenuto che questo Paese ci ricserva: una ragazzina senza una gamba!  Ci fermiamo a caso in uno dei tanti mercati sulla strada a comperare le patate da un pittoreso gruppo di donne e faccio notare ad Anna che tra i loro c’è questa bambina. Lei la prega di venire all’ospedale di Blantyre per dotarla di una protesi. Proprio la matina dell’ultimo giorno ci sentiamo chiamare dalla sua mamma: sono all’ospedale ed hanno bisogno di un paio di scarpe per avere la protesi. Non dimenticherò mai la gioia negli occhi di quella mamma.

Ma non si dimentica neppure il neonato che avrebbe bisogno dell’incubatrice e, a causa di una disposizione di Stato che ne vieta l’uso, lui impega due giorni per morire: lo guardi impotente, con il pensiero ossessivo che da noi si sarebbe salvato.

Celebrare la Messa di Pasqua nel puzzo di una cella afosa adattata, per l’occasione, a cappella, incontrare i detenuti del “braccio della morte” per regalargli un sapone, un pesce secco e due pomodori a testa, ti fa chiedere se dietro ai loro occhi, in realtà, ho incontrato Dio.

Sono belli e agili i ragazzi che aspettano il camion della spazzatura all’ingresso della discarica per saltarci sopra ed essere i primi a poter cercare qualcosa da mangiare; così come quelli che vendono, orgogliosi, gli “spiedini” di topo ai bordi della strada.

Se dieci persone vanno in un loro ristorante per poter mangiare il loro piatto unico fato di polenta bianca (o riso) con leverdure e un poco di spezzatino di carne, non sono certi di trovare il cibo per tutti e, se qualcuno chiede la birra, occorre un “anticipo” per comperarla nel negozio accanto. In compenso però puoi mangiare delle ottime lasagne, il gelato e bere un vero caffè italiano al costo di 7 euro in un bel ristorante della capitale.

Ho visto lavare dentro e fuori le borse di plastica della spesa e stenderle al sole come il bucato nromale, per poterle riusare. Oppure raccogliere l’acqua di risciacquo dei piatti per innaffiare i fiori. Tutti i giorni ho fatto la doccia sotto un rivolo d’acqua mentre fuori la maggior parte delle donne e dei bambini fanno chilometri a piedi con in testa una tanica per raggiungere un pozzo.

Poche ore prima di partire ho assistito alla nascita, con parto cesareo, di una bellissima bambina. La sua pelle era bianca: i bambini africani quando nascono sono bianchi e, dopo qualche ora, diventano neri.

Questa immagine di speranza è il miglior salut che il Malawi poteva farci ma ha anche lasciato nei nostri cuori un grande dilemma: se la nostra pelle all’origine è identica, perché ci trasforma così tanto da dimenticarsene?

Desiderio diventato realtà

Il desiderio di partire per l’ Africa è nato circa 15 anni fa quando Sabrina, nostra figlia, è salita al cielo. Tramite il nostro parroco, Don Giuseppe, abbiamo conosciuto Matilde, allora missionaria ad Archer’s Post (Kenya) e, a ricordo di Sabrina, abbiamo sostenuto la ristrutturazione della sala parto e la costruzione della veranda esterna del piccolo ospedale di cui lei era responsabile.
Da allora il nostro impegno di aiuto e solidarietà con i più poveri non si è più fermato. Ancora oggi, tramite il contributo di alcune famiglie e i ricavati dei mercatini fatti con lavori di ricamo, uncinetto, maglieria, realizzati dalle donne della nostra parrocchia, sosteniamo adozioni e progetti che ci vengono indicati nelle missioni di Archer’s Post (Kenya), Lunzu (Malawi) e Kasurno (Tanzania).
Quest’ anno il desiderio di andare a conoscere il mondo missionario si è concretizzato. Il 12 febbraio 2011, con grande gioia ed entusiasmo, siamo partiti da Roma verso il Malawi. Siamo atterrati a Lilongwe, la capitale, dove ci attendeva Anna con alcuni suoi ragazzi. Dopo 320 Km di paesaggi meravigliosi e scene di vita del tutto inaspettate, siamo arrivati nella missione di Lunzu dove Anna e Germana ci hanno accolto nella loro casa come se fossimo un’ unica famiglia.
Durante la nostra permanenza abbiamo visitato varie realtà dove Anna svolge il suo servizio missionario. Ci sono stati momenti molto forti come, ad esempio, le visite ai luoghi di detenzione e, tra questi, due carceri minorili dove sono rinchiusi ragazzi dai 14 ai 22 anni. Per noi è stata la prima visita ad un carcere e ci ha colpito molto il fatto pensando che molti ragazzi detenuti si trovano in carcere per furti di poco valore, spesso compiuti per sopravvivere, e altri sono dentro, pur essendo innocenti, per mancanza di assistenza legale.
E’ stata una gioia grande aver visto la liberazione di due detenuti del carcere di massima sicurezza di Zomba di cui uno gravemente malato da tempo e da più di due anni in attesa di processo. Alcuni attendono in carcere anche 5-6 anni prima del processo se non hanno soldi per pagare un avvocato. In noi è rimasto impresso più di tutto lo sguardo di speranza dei detenuti gravemente malati e sieropositivi. Abbiamo consegnato ad uno ad uno una misura di farina di soia, arricchita di proteine, due pomodori, due uova, cinque pesci secchi, un misurino di olio di semi, un chilo di zucchero, sapone e un idratante per la pelle. Altro momento indimenticabile è stata la consegna delle scarpe da calcio alla squadra dei detenuti di Tyolo. La gioia sprizzava dai loro occhi mentre si mettevano calzettoni e scarpe.
Poi la premiazione ai vincitori del torneo di calcio di Chichiri che quel giorno ospitava 1857 detenuti. Non mancava la tifoseria per le due squadre arrivate in finale. In nostro onore hanno eseguito danze tradizionali con maschere che fanno parte della cultura del Malawi. Anche qui distribuzione del cibo ad oltre 200 detenuti sieropositivi e visita ai malati più gravi nell’infermeria fatta costruire da Anna con il contributo della CEI. Qui i detenuti ricevono cure e cibo adatto, ricco di proteine, mentre per tutti gli altri c’è solo un pasto al giorno a base di polenta e legumi bolliti.
A Lunzu abbiamo preso parte ad un incontro con una sessantina di capi villaggio ai quali abbiamo fatto presente l’importanza del lavoro che Anna sta svolgendo nell’ambito delle scuole materne rurali e l’educazione dei bambini. Abbiamo visitato degli asili sparsi nei villaggi sperduti in mezzo alle coltivazioni di granoturco. Alcuni asili sono sotto gli alberi, altri sono in mattoni rossi fatti costruire sa “sister Anna”. Così la chiamano gli oltre 2500 bambini che lei assiste e ai quali assicura un pasto giornaliero a base di semolino preparato con una miscela speciale di farina di soia e granoturco, arricchita di vitamine, Sali minerali e zucchero.
Molti di questi bambini sono orfani a motivo del flagello dell’ AIDS. Che emozione vedere i bambini correrci incontro per accoglierci con gioia, i loro sorrisi ed occhi vivaci sembravano volerci dire mille cose mentre davamo loro qualche caramella e il numero dei bimbi continuava ad aumentare.
E’ stato commovente consegnare ai bambini dell’asilo alcune macchinine, bamboline, i banchi colorati e lo scivolo fatto dai ragazzi della cooperativa per il reinserimento lavorativo dei carcerati che la missionaria segue con amore e dedizione. Questi ragazzi, pieni di speranza ed orgogliosi, svolgono lavori di edilizia, falegnameria, saldature, sartoria, maglieria, ecc. …. E’ una piccola impresa sul territorio che dà lavoro ad una quarantina o più operai. L’ esperienza vissuta è stata per noi motivo di crescita.
Il Malawi (che vuol dire Fiamme di Fuoco) ci è rimasto impresso nella mente per i suoi colori, in particolare: il rosso della terra che ricorda l’amore di Dio; il verde delle coltivazioni di granoturco e di tè, che richiama la speranza; l’immenso azzurro del lago e del cielo, con i meravigliosi tramonti che parlano di luce. Nei nostri cuori porteremo sempre tutta la gente che abbiamo visto e conosciuto, nella convinzione che i poveri sono i più vicini a Dio.

Mara e Roberto Campi

Una scuola nel carcere minorile di Bvumbwe

articolo pubblicato da “OPAM – Opera di Promozione dell’Alfabetizzazione nel Mondo”

 

Occuparsi di riabilitazione dei giovani carcerati è un’opera di misericordia e il mezzo per ridare dignità e speranza a chi spesso dalla vita ha avuto ben poco.
La scuola è lo strumento più efficace per la loro crescita umana.
Sono Anna Tommasi, una missionaria F.A.L.M.I. (Francescane Ausiliarie Laiche Missionarie dell’Immacolata) e lavoro in Malawi dal 2002, nell’Arcidiocesi di Blantyre. Nel 2003 ho cominciato il mio servizio di volontariato presso alcune carceri con una speciale attenzione ai minorenni.
La prima esperienza è stata nel carcere di Chichiri, una prigione dove sono letteralmente stipati più di 2.000 detenuti, costretti a rimanere seduti a terra la notte mancando perfino lo spazio per stendersi sul pavimento per dormire. L’unico pasto giornaliero a base di polenta di mais e grosse lenticchie bollite non sempre viene distribuito.
La maggior parte dei carcerati, tra cui molti in attesa di giudizio, passa giorni, mesi, anni in ozio assoluto. Infatti sono pochi quelli che sono impegnati in qualche attività ( cucina, orto, pulizie, falegnameria, ecc). Sono i poveri quelli che più spesso vengono arrestati. Persone in grave situazione di bisogno: malati di AIDS, emarginati, gente in miseria che non sa come sopravvivere, ragazzi orfani o con i genitori separati, che non hanno avuto la possibilità di frequentare neppure la scuola elementare.
E allora piccoli furti al datore di lavoro che non paga, risse, violenza sessuale, omicidio colposo in stato di ubriachezza, ecc. E se non puoi pagare non ci sono avvocati difensori in tribunale. E resti in carcere in attesa di giudizio. Ignoranza e delinquenza vanno spesso a braccetto.
Nel passato i ragazzi avevano una sezione nel carcere di Chichiri ma era pesante lo sfruttamento degli adulti sui più giovani, perciò quattro anni fa l’Amministrazione carceraria ha deciso di creare un centro di riabilitazione per i ragazzi, riunendo tutti i ragazzi del Sud Malawi nel carcere di Bvumbwe, vicino a Blantyre. Fuori è stato cambiato il cartello. Invece di “Prison” hanno scritto “Rehabilitation Centre”, ma la sostanza non è cambiata e ai ragazzi non viene offerto niente per la loro riabilitazione se non il lavoro dei campi. A Bvumbwe ci sono oltre 200 ragazzi solo maschi, dai 15 ai 21 anni, di cui oltre la metà non ha mai frequentato una scuola, mentre quelli che hanno raggiunto le superiori non superano la decina.
Convinta che la scuola è uno dei mezzi privilegiati per formare la persona, col permesso e l’approvazione del “Chief Commissioner for Prisons”, ho avviato un programma scolastico completo (primaria e secondaria) per i ragazzi che desiderano frequentare la scuola.
Crimine ed ignoranza vanno di pari passo e più della metà dei nostri ragazzi non ha finito neanche la terza elementare. Questo è il motivo per cui da sei anni porto avanti il progetto educativo grazie alla collaborazione di tante persone di buona volontà.
La scuola è, a mio avviso, uno dei mezzi più efficaci per aiutare i ragazzi ad avere un futuro diverso. Il risvolto quanto mai positivo è vedere che ogni anno il numero dei ragazzi che frequentano la scuola aumenta. Gli insegnanti sono un gruppetto di 6 giovani ben affiatati che si dedicano con passione e serietà a questo compito importante. Gli stipendi che posso offrire sono al di sotto della media, ma sanno che tutto quello che posso fare è dono della carità, quindi accettano anche questi limiti. Per i ragazzi detenuti sono un esempio che certamente li stimola a guardare al futuro in modo positivo. 
Agli altri viene offerta la possibilità di imparare a cucire, falegnameria e lavorazione di lamiere zincate per fare pentole, secchi, annaffiatoi, ecc. Abbiamo inoltre organizzato squadre di calcio e di pallavolo, offrendo ai ragazzi la possibilità di uscire e di interagire con i loro coetanei. Sono stati fatti tanti passi in avanti ma è ancora lungo il cammino che porta al rispetto dei diritti umani fondamentali di chi è privo della libertà e ad un programma riabilitativo ben articolato. Persone generose mi hanno sostenuta in questo non facile compito ma mi trovo sempre in difficoltà quando si tratta di pagare gli stipendi degli insegnanti.

Missionaria in Africa

….Un sogno diventa realtà

Non ci sono parole per descrivere le tante emozioni e i sentimenti che riempiono il mio cuore in queste intense giornate di vita qui in Malawi. Cercherò ugualmente di comunicare nel miglior modo possibile questa esperienza mia personale ed anche comunitaria.

Mi sono sentita veramente accolta, in questa semplice e allo stesso tempo grande fraternità FALMI, che con il suo lavoro e stile di vita mi sta insegnando, giorno dopo giorno, che è possibile far diventare realtà i sogni e le attese di tanti uomini e donne che hanno perduto la speranza di un mondo migliore.

Conoscere e vivere in questa cultura così particolare è un’ occasione che Dio mi offre per rinnovarmi e crescere nella mia vocazione missionaria dii dono totale a Lui e ai fratelli più bisognosi. Tutto è nuovo per me a cominciare dalla lingua, le Messe domenicali molto partecipate, ma veramente lunghe. Che dire poi delle notti stellate, delle albe splendide, del sole che scende dietro le colline formando dei tramonti unici da contemplare, le coltivazioni del tè, la montagna del Mulanje, il lago che pare un oceano, il parco nazionale con gli elefanti a due metri di distanza, le jacarande in fiore e molti altri paesaggi, meraviglie della natura degna di essere ammirata, che contrastano con la povertà e la miseria che ogni giorno osservo impotente. E’ difficile immedesimarsi nella situazione in cui vivono tanti bambini orfani, donne vedove, sieropositivi, giovani senza lavoro. Come non pensare all’ abbondanza di molti, agli sprechi inutili, a tante ingiustizie !

Entrare nel vivo delle carceri è un lavoro pastorale veramente appassionante ed al medesimo tempo duro ed esigente. Che impatto e commozione varcando la soglia delle carceri di Chichiri, Zomba, Bvumbwe ed altre che ho potuto visitare in queste settimane !

I detenuti, tra cui parecchi innocenti, mancano delle cose basilari quali il cibo, il vestiario, le medicine. I loro diritti e la loro dignità sono sovente calpestati e ignorati. Persone che non contano e che la società guarda con sospetto. Resteranno per sempre incisi nel mio cuore gli sguardi tristi di tanti uomini, donne e ragazzi stipati in un cortile o in una cella, sguardi che chiedono in silenzio una mano amica che ridoni loro la speranza di vivere.

La distribuzione di generi alimentari, specialmente agli ammalati, in luoghi di sofferenza, è senza dubbio un’opera grande. L’attesa e la gioia dei detenuti malati nel ricevere un poco di zucchero, latte, soya, pesce secco e qualche pezzo di sapone, ti tocca il cuore. E quel “poco” per loro è tutto!

L’aspetto più allegro della mia esperienza sono le scuole materne rurali nei vari villaggi intorno a Lunzu. Il sorriso innocente dei bambini e la loro gioia di trovarsi in una struttura semplice ma bella, di ricevere un piatto di semolino, di giocare ed apprendere, ripagano di tante fatiche. Che meraviglia vedere una quantità di piccoli che quando sentono il clacson della nostra macchina gridano “Sister Anna, sister Anna!”. E’ bello raccontarlo ma viverlo è veramente indimenticabile.

La cooperativa, formata in maggioranza da ex carcerati, è un gruppo con molti progetti, spirito d’iniziativa, impegno di lavoro, desiderio di miglioramento. L’obiettivo è di creare una società dove il rispetto per la persona sia centrale per la convivenza.

Sono tanti i gruppi e le attività che giorno dopo giorno vado consocendo in questa avventura missionaria. al momento posso solo dire che vale la pena lottare per quello in cui si crede, impegnarsi generosamente, senza limite e senza frontiere per la causa di Dio, del Suo Vangelo e della Sua Chiesa. Ognuno di noi, secondo le proprie possibilità, può dare un contributo per creare un mondo nuovo.

Mi sento veramente fortunata di poter conoscere e condividere il lavoro missionario delle FALMI qui in Malawi.

Grazie specialmente ad Anna per darmi la possibilità di conoscere la realtà delle carceri, sua attività principale, grazie alle FALMI e AMF; alla mia famiglia e a tutti coloro che in un modo o in un altro mi hanno permesso di arrivare fino a qui.

Dio vi ricompensi!

Ruby Ramirez Quintero

Distribuzione di generi alimentari    

La distribuzione di generi alimentari, specialmente agli ammalati, in questi luoghi di sofferenza, è senza dubbio un’ opera grande. L’ attesa e la gioia dei detenuti malati nel ricevere un poco di zucchero, latte, soia, pesce secco, pomodori, ecc. ti tocca il cuore. E quel “poco” per loro è tutto !

Condividere la celebrazione eucaristica con i detenuti cattolici è veramente emozionante. Le loro voci sono un coro che ti trasporta nella cappella Sistina. E’ incredibile il sentimento che mettono nella celebrazione! La loro preghiera giunge sicuramente a Dio e intercede per tutte quelle persone che generosamente aiutano e rendono possibile un’ opera così importante quale è quella di sovvenire alle necessità dei carcerati.

L’ aspetto più allegro della mia esperienza sono le scuole materne rurali sparse nei vari villaggi intorno a Lunzu. Il sorriso innocente dei bimbi e la loro gioia di trovarsi in una struttura semplice ma bella, di ricevere un piatto di semolino, di giocare ed apprendere, ripagano di tante fatiche. Che meraviglia vedere una quantità di piccoli che quando sentono il clacson della nostra macchina gridano ad una voce : “ Sister Anna, sister Anna !”. E’ bello raccontarlo, ma viverlo è veramente indimenticabile.

La cooperativa, formata in maggioranza da ex carcerati, è un gruppo con molti progetti, spirito di iniziativa, impegno di lavoro, desiderio di miglioramento. L’ obiettivo è di creare una società dove il rispetto per la persona sia centrale per la convivenza.

Come non ricordare la Gioventù Francescana che desidera vivere nello spirito di San Francesco trasmettendo ad altri il messaggio di pace e di bene ? …. Sono tanti i gruppi e le attività che giorno dopo giorno vado conoscendo in questa avventura missionaria. Al momento posso solo dire che vale la pena lottare per quello in cui si crede, impegnarsi generosamente, senza limite e senza frontiere per la causa di Dio, del suo Vangelo e della sua Chiesa. Ognuno di noi, secondo le sue possibilità, può dare un contributo per creare un mondo nuovo.

Mi sento veramente fortunata di poter conoscere e condividere il lavoro missionario delle FALMI qui in Malawi. Grazie specialmente ad Anna per darmi la possibilità di conoscere la realtà delle carceri, sua attività principale, grazie alle FALMI e AMF, alla mia famiglia e a tutti coloro che in un modo o in un altro mi hanno permesso di arrivare fino a qui.

 

Ruby Ramirez Quintero